Radere al suolo il sistema scolastico e ricostruirlo a propria immagine e somiglianza è un desiderio neanche tanto velato di qualsiasi premier italiano: è un marchio a fuoco impresso nelle menti delle generazioni future, un segno indelebile del proprio passaggio come quello delle vaccinazioni infantili sulle braccia degli over 40.
Intenti a scrutare gli orizzonti di gloria, i nostri Cesari non si sono resi conto dei danni compiuti dai centurioni; grazie a loro la scuola è diventata il terreno in cui presentare e sperimentare le più bizzarre proposte educative, al punto che forse sarebbe ora di cambiare la denominazione del ministero da istruzione in educazione.
Secondo parlamentari, associazioni varie, giornalisti ed esperti a vario titolo interpellati negli anni, la scuola italiana dovrebbe prevedere lezioni di:
educazione sessuale, vecchia idea nata negli anni ’80 sull’onda lunga di paura dell’Aids;
educazione motoria, un modo per capovolgere la frittata e dare una nuova veste alla tradizionale educazione fisica, volgarmente detta ginnastica o cazzeggio. Peccato che per svolgere educazione motoria in modo corretto le scuole avrebbero bisogno prima di tutto di uno straccio di palestra (chiedere per informazioni ai duemila studenti dell'ITC De Felice di Catania, solo per citare un esempio locale);
educazione alimentare, tema già previsto da tempo all’interno di altre discipline, ma poco applicato nella pratica e che torna alla ribalta ogni volta che le ricerche evidenziano la crescita dell’obesità infantile;
educazione stradale, e qui già immagino il comandante dei vigili urbani in aula sommerso da pernacchie quando spiega come posteggiare correttamente scooter e catorci a quattro ruote tanto amati dai ragazzini;
educazione ambientale, idea recente figlia dei cumuli di spazzatura che invadono le nostre strade;
educazione teatrale e intelligenza emotiva! (ehhh???)
I genitori non potranno avanzare alcuna lamentela: i loro figli cresceranno educatissimi. Poco importa se poi avranno difficoltà a cogliere le sottili differenze fra Federico Moccia e Shakespeare, fra Baudelaire e Oreglio o fra un muro imbrattato e una necropoli etrusca. O no?
Quando tuo nipote fra sedici anni ti videochiamerà col suo cellulare a comandi mentali per suggerirti il regalo per i suoi imminenti diciotto anni, presentagli il conto:Si fa un gran parlare nei commenti post voto di questi giorni di questione settentrionale e dell’incapacità del vecchio centrosinistra di comprendere i problemi dell’area più ricca e produttiva del Paese.
L’impressione che ricavo dal mio piccolo punto di osservazione è che il PD, preoccupato dalla frana imminente anche nelle regioni rosse, abbia abbandonato da anni al proprio destino l’irredimibile Sicilia. Sembra che al di là delle blande dichiarazioni di lotta alla mafia, i vertici del partito abbiano deposto le armi e si siano arresi di fronte alla “gloriosa macchina da guerra” del terzetto Berlusconi-Cuffaro-Lombardo, capaci di creare uno scientifico sistema di raccolta voti e consenso popolare.
Sembrano secoli, ma solo 14 anni fa oltre il 60% dei catanesi mandava al ballottaggio a sindaco due uomini come Bianco e Fava; in poco meno di un decennio quel patrimonio di consensi è svanito, volatilizzato in favore dei venti autonomisti dell’MPA. Oggi i numeri dicono che a Catania la sinistra non esiste e che il PD raccoglie a stento il 20%; in alcune sezioni del quartiere San Cristoforo il consenso per il centrodestra ha raggiunto percentuali bulgare e il PD ha racimolato a stento il 5%. E’ un dato clamoroso perché proviene da un quartiere martoriato dalla presenza dei clan mafiosi e messo ko dalla disastrosa amministrazione Scapagnini: eppure al momento del voto tutti si sono ricordati dei litigi del governo Prodi e non dei topi che circolavano nei corridoi, gentile ricordo di un’amministrazione comunale incapace di assicurare perfino la derattizzazione di una scuola elementare.
Fra i candidati più votati alle regionali in questo quartiere figurano:
Orazio D’Antoni, ex Assessore Comunale all’Ecologia, uomo nato e vissuto in quei vicoli e che sicuramente ha profuso impegno per migliorarne la vivibilità, ma anche fra i colpevoli del raddoppio della tassa sulla spazzatura e delle frequenti proteste dei netturbini locali;
Nino D’Asero, commercialista ed ex Assessore Comunale al Bilancio e quindi corresponsabile del buco finanziario che obbliga il comune a ritardare il pagamento degli stipendi e a mantenere le strade come un colabrodo;
Vincenzo Arena, ex vicesindaco ed Assessore alle Politiche Scolastiche, in una città in cui come detto capita di trovare topi nelle aule quotidianamente frequentate da bambini.
Tutto questo non conta per gli elettori del quartiere. Ha ragione Saviano quando sostiene che nei grandi ghetti popolari il consenso viene conquistato in cambio di un tozzo di pane o, più semplicemente, di un favore.
Avete presente Wolf, il risolvitore di problemi interpretato da Harvey Keitel in Pulp Fiction? Il politico utilizza il potere di cui gode per entrare in contatto con il pensionato, il disoccupato o il piccolo artigiano e risolverne i problemi quotidiani: una chiamata al dirigente dell’azienda del gas per la questione della bolletta non pagata, un’altra all’ufficio comunale ICI per invitare ad avere un occhio di riguardo nei confronti di Tizio o Caio, un caffè con chi di dovere per stracciare una multa.
I patronati di assistenza fiscale e legale diventano così i nuovi avamposti della politica in un territorio in cui da tempo hanno alzato bandiera bianca i sindacati e le tradizionali sezioni di partito. Basta fare un giro in quel dedalo di viuzze comprese fra la via Plebiscito e via della Concordia per incrociarne più d’uno, quasi tutti gestiti da persone vicine a politici di una stessa area e capire perché riescono a muovere centinaia di voti, con risultati molto più efficaci di una cena allo Yachting Club o un incontro pubblico al centro culturale Zo.
E’ la frontiera moderna del vecchio voto di scambio? O piuttosto la declinazione reale di quell’idea nebulosa di radicamento nel territorio più volte sollecitata in questi giorni? In ogni caso è una realtà che un partito a vocazione maggioritaria non può ostinarsi a non considerare, pensando di creare proseliti con salsicciate e concerti durante le feste dell’Unità, oggi come decenni fa.

Anni 30
Si narra che ovunque andasse Mussolini trovava città ordinate, pulite, pronte ad accoglierlo ed applaudirlo e si faceva l’idea di una nazione forte, che aveva superato le devastazioni della guerra e della crisi economica. In realtà, nei giorni che precedevano la visita, il potestà locale metteva in moto la macchina organizzativa per spazzare via il lerciume e mostrare una città splendente agli occhi del duce.
2008
Catania da mesi vive come una famiglia che non arriva a fine mese; non si pagano stipendi ai dipendenti delle cooperative, non si rattoppano le buche delle strade e non ci sono i soldi per riparare i naturali guasti agli impianti di illuminazione pubblica, con il risultato che a macchia di leopardo intere piazze e vie rimangono al buio.
Poi si viene a sapere che fra la fine di marzo e i primi di aprile i principali leaders politici faranno tappa a Catania, in Piazza Università, e come d’incanto il commissario facente le veci del sindaco reperisce i denari necessari a riportare alla luce la più importante piazza cittadina.
Riassumendo, le critiche che sono state mosse alla capolista in Lazio del PD, Marianna Madia, sono:
essere figlia di un consigliere comunale romano, morto nel 2004;
collaborare con il centro studi di Enrico Letta;
avere avuto una tresca con il figlio di Napoletano;
essere riuscita, più in generale, a costruire una rete di amicizie e conoscenze nel mondo politico, in altre parole aver seguito alla lettera le regole base di un social network: discrete doti di base, amicizie, passaparola.
twitta le sue cazzate in pubblico;
condivide i suoi contenuti nei più insulsi aggregatori della rete;
crede di avere il carisma di Martin Luther King quando un suo post raggiunge i 30 commenti e viene citato da Luca Sofri;
escogita alberi di Natale e brindisi virtuali per qualche link in più;
crede che il massimo della notorietà sia la presenza nella top 100 di Blogbabel.
Ma se un giovane catanese volenteroso e con le pezze al culo volesse convertire la sua utilitaria a metano, dovrebbe percorrere i 220 km da Catania a Palermo con l’ansia di cercare al più presto un distributore di metano per fare il pieno e non rimanere a piedi?
A quanto pare infatti un serbatoio a metano di 90lt ha un’autonomia di circa 260-300 chilometri, ma come sempre si tratta di valori teorici legati allo stile di guida, alle condizioni di carico e di traffico.
Purtroppo però lungo l’autostrada Catania-Palermo non ci sono stazioni di rifornimento di gas metano, quindi la soluzione sarebbe quella di fare il pieno alla partenza e cercare come un ossesso il primo distributore in centro a Palermo.
Una scocciatura per cui tutto sommato potrebbe valere la pena, considerando il risparmio di costo?
P.S. L’Eni è un’azienda pubblica. Lo Stato incentiva la domanda di metano per auto. L’Eni da cinquant’anni ammorba la Sicilia con le sue raffinerie. L’Eni-Agip gestisce, vado a memoria, due dei tre distributori presenti sulla Catania- Palermo. Ovviamente in nessuno di essi è possibile fare il pieno di metano. Senza scomodare don Raffaele e le sue legioni di autonomisti, qualcuno potrebbe avvertire l’Eni e far presente questo piccolo problema?